Esco ora da una proiezione, l’unica della settimana, di corti italiani fuori concorso. All’inizio in sala eravamo in venti. A meta’ proiezione eravamo in dieci. E alla fine ho temuto di restare solo. I film sono stati proiettati in dvd. Alcuni corti non scorrevano perfettamente. Altri avevano refusi nei titoli di testa (e questo sarebbe il meno in un paese straniero). Altri ancora avevano sottotitoli sbagliati o non li avevano affatto. Non e’ tutto. All’uscita (anticipata) dalla sala, gli spettatori hanno ricevuto in omaggio un dvd con i corti italiani proiettati. Sul dvd, voglio dire sul supporto, quello che finisce nel lettore, avevano messo un adesivo su cui era stampato male il logo dell’associazione Aiace. Ora, io cerco di essere sempre positivo verso le cose e non mi piace restare deluso, ma oggi e’ stato proprio un fallimento. Dopo una proiezione come questa bisogna porsi subito due domande. Con che criterio e’ stata organizzata la proiezione? Qualcuno vuole prendersi cura del cinema italiano emergente?
Stamattina alla Videoteque, ho visto alcuni corti del concorso internazionale. Ci sono trenta postazioni per visionare in perfetta solitudine tutti i film iscritti al Festival. Siedi davanti a uno schermo, indossi le cuffie e clicchi su view. Ho scoperto che in questo modo riesco a concentrarmi di piu’ e ad apprezzare meglio quello che vedo. Senza contare che se incappo in un brutto film, posso passare facilmente a un altro. Ho visto cinque bellissimi corti. Due Sudamericani: 8 Horas e El aprendiz. Un corto palestinese: Atmenah. Un corto spagnolo sul terrorismo basco: El canto del grillo. E uno senegalese: Deweneti di Dyana Gaye. Quest’ultimo mi ha particolarmente colpito. Ha una sceneggiatura semplice, che fa ridere e piangere. Spazza le nuvole nelle quali a volte s’eleva il cinema e riporta felicemente lo spettatore con i piedi per terra.
Oggi ho visto uno dei due cortometraggi italiani in concorso: Il supplente, prodotto da Frame by Frame e diretto da Andrea Jublin. E’ molto divertente. Meriterebbe di vincere un premio. Ho visto anche alcuni dei film italiani allo Short Market. Mi e’ piaciuto il film di Matteo Rovere sulla Resistenza. Ha una bellissima fotografia di Vladan Radovic. A parte questi due, oggi non ho visto nient’altro di interessante fra gli italiani.
Dei primi giorni al Festival di Clermont Ferrand, la cosa che salta agli occhi e’ la perfetta organizzazione. Gli spettatori alle molte proiezioni sono sempre tanti e di tutte le fasce d’eta’, del mestiere e non.
In tre giorni ho visto circa trenta corti. C’e’ una costante che li accomuna. Il Festival presenta corti lunghi, a volte anche piu’ di quaranta minuti. Al punto che sarebbe meglio parlare di mediometraggi, piuttosto che di corti. Le produzioni sono sempre ben realizzate, ma non sempre interessanti.
I corti che fino ad oggi mi hanno colpito di piu’ sono i corti sudafricani. C’e’ un’intera sezione fuori concorso dedicata a loro, con due differenti proiezioni quotidiane per ogni giornata del Festival. Hanno grandi sceneggiature e regie ricche di idee.
Tra i corti del concorso internazionale non mancano i polpettoni. Prima o poi dovranno vietare le panoramiche: i registi le usano per perdere tempo. Alle volte bisogna sorbirsi quindici/venti minuti di noia per arrivare a una battuta divertente o a un’inquadratura originale.
Nel panorama generale del Festival, l’Italia non e’ in primo piano. Forse questo dipende dagli organizzatori del Festival. Allo Shortfilm Market ho visto stand del cinema iraniano, del cinema portoghese, del cinema africano. Totalmente assenti gli italiani, e questo e’ solo colpa loro.
1) La forma cinematografica del cortometraggio si è affermata ampiamente nel mercato, con la diffusione delle televisioni satellitari e via cavo e della rete telematica. Anche per questo, nei suoi confronti è cresciuto l’interesse delle case di produzione, degli autori, di pubblico e critica.
2) Fino a qualche anno fa, il cortometraggio era considerato una prova di regia, in vista della realizzazione di un lungometraggio. Nella migliore delle ipotesi, il corto rappresentava la dimostrazione di forza e di abilità di importanti case di produzione e di postproduzione. Nonostante questi due aspetti prevalgano spesso anche oggi, i cortometraggi hanno una completa autonomia formale e una solida indipendenza di genere. Un corto è un film.
3) Lo spot cinematografico è un genere di cortometraggio. Le sue caratteristiche sono la rapidità e la fusione di cinema e linguaggio pubblicitario. Uno spot cinematografico non pubblicizza altro che la propria creatività.
4) Gli spot cinematografici hanno tre principi formali: inquadrature significanti, suono significante e montaggio essenziale. Un corto non perde tempo. Lascia al pubblico la libertà di approssimazione e disattenzione. Gli spettatori sono l’obiettivo della produzione. Gli spot cinematografici non vogliono essere capìti, si fanno capire. Separare cultura e intrattenimento è un errore.
5) Il pressante sviluppo delle nuove tecnologie ha messo a servizio della creatività un vasto potenziale produttivo. La pubblicità ha saputo sfruttarlo ampiamente, senza intaccare il potere delle idee. A vincere i grandi premi internazionali sono spesso creatività low budget. Il pubblico è abituato a un linguaggio semplice, originale e significativo. Anzi, oggi se lo aspetta. I tagli brevi, 30 e 60 secondi, non tolgono nulla all’efficacia narrativa di uno spot.
6) Il cinema ha avuto in passato un pregiudizio qualitativo nei confronti della pubblicità. A ben giudicare, oggi si potrebbe capovolgere la situazione. La produzione di cortometraggi ha subìto un pregiudizio qualitativo nei confronti dei lungometraggi. Molti corti vogliono essere lunghi. E ne pagano il prezzo. Diventano noiosamente lunghi per gli spettatori. Un corto è un corto.
7) Il realismo cinematografico corre il rischio della superficialità, se applicato alla forma del cortometraggio. Capacità di sintesi, realismo fantastico, storie e immagini evocative la arricchiscono. Il valore di un corto è nella qualità delle domande che pone al pubblico. Un corto è riuscito, quando lo spettatore vuole rivederlo. La rivedibilità è anche un plusvalore essenziale per il mercato.
Ad oggi la rivoluzione digitale non ha scalfito il valore cinematografico della pellicola. Lo ha, invece, profondamente accresciuto in ogni stadio della produzione. Anche chi, come i registi di Dogma, con una scelta radicale in fase di ripresa ha basato il proprio cinema sulla tecnologia digitale, in fase di proiezione non ha rinunciato al riversamento su pellicola.
9) Il progresso tecnologico nella produzione di audio immagini ha aumentato le possibilità di scrivere storie e di raccontarle audiovisivamente. Oggi esistono molti strumenti non convenzionali per produrre cinema. Da Hollywood al cinema asiatico, sono molti i registi che hanno girato con webcam, macchine fotografiche e videotelefonini. L’esperienza ha dimostrato che gli spettatori accettano la bassa qualità in misura direttamente proporzionale al valore delle storie. Ai nuovi strumenti non convenzionali corrispondono nuovi strumenti di proiezione: internet e videotelefonini. Il cinema è racconto audiovisivo.












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